Joy


joyHo ventiquattro anni e vengo dall'Irlanda. Sono cresciuta con i miei genitori e un fratello di un anno più giovane di me. Fin dall’adolescenza vivevo dentro di me una profonda tristezza e un grande vuoto che mi impedivano di essere serena. Cercavo di riempire quel vuoto con l’ambizione di ottenere dei bei voti a scuola e lavorando nel tempo a disposizione, visto che a casa non c’erano tanti soldi. Pensavo, così, di assicurarmi un “buon futuro”. Sempre di più, però, sprofondavo sotto il peso delle aspettative che mi imponevo e così ho iniziato a farmi del male e a vivere tanto disprezzo verso me stessa e il mio corpo. Mio papà, prima di risposarsi, ha vissuto per tanti anni la dipendenza dall’alcool, mentre mia mamma soffre di depressione e problemi alimentari. Vedendo le loro fragilità avevo paura di vivere anch’io le stesse difficoltà, quindi spesso li rifiutavo. Oggi, con gli occhi della fede, vedo che nonostante tutte le loro povertà si sono amati e si amano tanto.Gesù mi ha messo vicino delle persone che hanno cercato di aiutarmi, ma ero talmente ripiegata su me stessa che non riuscivo a vedere questo bene. Mi sono chiesta tante volte: “Che senso ha la vita?” e “Perché soffrire?”. Verso i diciassette anni, dopo aver tentato di togliermi la vita, un dottore mi disse: «Ma tu non credi in Dio? Pensi davvero che soffriresti di meno se ti togli la vita ora?». Lì, nella mia confusione, ho urlato a Dio chiedendo aiuto. Un’amica di famiglia mi ha scritto mentre ero in ospedale, invitandomi ad andare al “Festival dei giovani” a Medjugorje. Ho conosciuto lì la Comunità e sono rimasta sconvolta dal cambiamento di giovani che hanno sbagliato tanto, sofferto e cercato come me un senso vero nella vita. Mi si è accesa dentro la speranza che avrei potuto cambiare anch’io. Tornando a casa, ho deciso di iscrivermi all’università per far vedere a tutti che stavo bene. Ho cominciato a studiare diritto, poi ho cambiato e mi sono appassionata all’infermieristica. Ma alla fine del primo anno sono andata nuovamente in depressione, fino al punto di tentare nuovamente il suicidio. Nella solitudine di quella situazione, ho sentito che l’unico che mi poteva salvare era Dio, così ho chiesto aiuto alla Comunità che mi ha accolta tra le braccia come una madre. Ho visto le ragazze, “poveracce” come me, impegnarsi ogni giorno per risorgere e mettersi in ginocchio davanti all’Eucaristia. Seguendole, ho riacquistato ogni giorno la forza di lottare per la mia vita. L’amicizia con Gesù è andata crescendo e oggi mi sostiene nel cammino, riempiendo continuamente il vuoto che c’è in me. Dalle sorelle imparo ogni giorno che uscire da me stessa per amare Dio e il prossimo è il rimedio per ogni tristezza, insoddisfazione ed egoismo. Nei momenti di lotta dico: “Gesù, non sono ancora capace di vivere pienamente, ma voglio andare avanti con pazienza anche se a volte non capisco il perché: mi voglio fidare!”. Facendo da “angelo custode” per le ragazze che entrano in Comunità, ascoltando le loro ferite, ho scoperto che le cose negative che ho vissuto nel passato sono oggi una ricchezza per capire e non giudicare, per amare e donare speranza. Un altro bel cambiamento che sta avvenendo in me in questi anni è scoprire la bellezza di essere donna.
Grazie alle crescite quotidiane sono una ragazza più aperta, più sciolta nel rapportarmi con gli altri, più capace di “tagliare” i pensieri che non vengono da Dio. Mi dà tanta gioia quando posso dire a una ragazza appena entrata: «Dai, lottiamo insieme perché la vita è bella e vale la pena viverla!». Il Signore non ha fatto sparire le croci e le difficoltà dalla mia vita, ma oggi non soffro più senza senso e da sola, perché ho un Dio che mi conosce e mi capisce. Ringrazio Madre Elvira e ogni persona di questa “grande famiglia” perché avrei buttato via la mia vita a vent’anni e, invece, ora la sento un dono di Dio, e sono certa che con la Sua grazia e il vostro aiuto porterà i frutti che Lui vorrà!