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-La piscina di Siloe-
LA GUARIGIONE DEL CIECO
“Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa "Inviato". Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.” (Gv 9,1-41)
Vangelo della Domenica
15 marzo 2026 - IV DOMENICA DI QUARESIMA
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa "Inviato". Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: "Va' a Sìloe e làvati!". Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov'è costui?». Rispose: «Non lo so».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c'era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l'età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l'età: chiedetelo a lui!».
Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l'ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell'uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell'uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: "Noi vediamo", il vostro peccato rimane».
Parola del Signore
COMMENTO DEL VANGELO
Luoghi del Vangelo
Il nome Siloe deriva dall’ebraico shilòah, un nome che può significare inviato. La piscina è situata in prossimità del luogo dove la valle del Cedron e la valle del Tyropeion convergono. La vasca, scavata nella roccia, convogliava tramite apposite gallerie le acque provenienti dalla sorgente perenne del Ghicon. Tutti i cittadini di Gerusalemme si recavano quotidianamente nei pressi di tale enorme vasca ad attingere acqua. Proprio a Siloe, probabilmente al tempo del re Acaz, Isaia pronunciò la profezia dell’Emmanuele (Is 7.3).
Il Vangelo del cieco nato è ambientato durante la festa di Sukkòt e fa allusione al battesimo. Il gesto che Gesù realizzò, dopo aver affermato che il cieco è invalido perché in lui siano manifestate le opere di Dio, sembra enigmatico: egli sputando per terra fa del fango e lo spalma sugli occhi del cieco, poi lo manda a lavarsi alla piscina di Siloe. I padri della Chiesa hanno scorto qui un’allusione alla creazione e una relazione tra la polvere del suolo, che Dio utilizzò per plasmare Adamo, e la polvere della terra, con la quale Gesù forma il fango. La saliva, invece, rappresenta la Parola di Dio che, entrando nell’uomo, fatto di terra, lo apre all’opera della grazia. Il cieco allora diventa simbolo di ogni uomo che non riesce a vedere l’amore di Dio. Dopo il peccato originale, infatti, gli occhi dei nostri progenitori si aprirono, ma solo per giungere alla triste conclusione di essere nudi (Gen 3,7). La nudità rappresenta qui la conseguenza del peccato ed è accompagnata da un sentimento di paura e di vergogna. Dopo il peccato quindi, Adamo ed Eva non riescono più a vedere l’amore di Dio. Per questo un aspetto fondamentale dell’opera del Messia sarà quello di “aprire gli occhi dei ciechi” (Is 35,5). Il cieco per ottenere la vista dovrà recarsi alla piscina di Siloe, che significa inviato. L’acqua della piscina “dell’inviato” non è altro che Gesù stesso, il Verbo fatto carne (Gv 1,14), l’Emmanuele (Is 7,14).
Bisogna rivelare che il cieco è inviato da Cristo per andare a lavarsi alla piscina di Siloe che, come può notare ogni pellegrino, è situata nella parte più bassa della Città Santa. Tale discesa è immagine della discesa nel fonte battesimale. Vedere dunque significa entrare in tale dimensione, iniziare a vedere la realtà con gli occhi di Dio. Il cieco nato diventa icona di ogni cristiano: incontrandosi con Cristo, disceso alle sorgenti del Battesimo e risalito con lui, può essere inviato a professare la fede in lui.
GUARDA LA CARTINA DELLA TERRA SANTA
Il Papa san Paolo VI definì la Terra Santa "quinto Vangelo" a indicare che il contatto fisico con i luoghi santi diviene per noi cristiani un vivo richiamo all'annuncio fondamentale della fede cristiana, che proclama la salvezza attraverso la morte e resurrezione, trasmesso nei quattro Vangeli e nelle altre scritture. Tutti i cristiani, anche i più lontani, guardano alla Terra Santa per ricalcare con i propri passi le "orme" di Cristo e riscoprire il senso autentico della loro missione nel mondo.
Madre Elvira
DAL CUORE DI MADRE ELVIRA
"Viviamo nella luce"
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Da parte nostra c’è una grande convinzione e consapevolezza della responsabilità che abbiamo di aiutare l’altro ad entrare nella luce, ad entrare nella verità perché la luce e la verità, ecco, non sono un’idea nostra. Non è un piacere nostro far del male a una persona dicendogli che non si sta comportando bene perché a noi dà fastidio, no, perché vogliamo farle il servizio di trasferirlo dalle tenebre alla luce. Perciò dobbiamo essere convinti di questo, anche perché non siamo mai arrivati e il Signore si serve di chi vuole e quando vuole per illuminare i nostri occhi davanti a una condizione di vita che magari a noi sfugge in quel momento. Dobbiamo essere disposti, a nostra volta, ad accogliere l'aiuto degli altri, quindi, a un certo momento dobbiamo accettare che l’altro ci aiuti. Così per noi deve essere per tutti questo servizio di liberare un fratello da una catena: dall’ipocrisia, per esempio, dalla non verità, dalla paura della verità. Ogni giorno dirci: “Ecco voglio vivere nella verità, voglio vivere nella luce”. Guardate ce lo dice qui molto bene San Giovanni perché – dice - questo è il messaggio che abbiamo udito: Dio è luce e in Lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Allora dobbiamo avere il coraggio della verità e la verità è la luce dentro di noi ed è la luce che hanno i fratelli, che Dio dà ai fratelli, per togliere noi dalle tenebre alcuni momenti della nostra vita. Allora ci vuole l’umiltà, ci vuole la capacità di lasciarci aiutare: ci vuole una famiglia sana che cerca la luce di Dio, che senza interessi particolari, personali vuole farvi ritrovare la serenità interiore. |
Un canto
UN CANTO PER RIFLETTERE
(composto dai ragazzi della Comunità Cenacolo)
NON TEMERE
Oggi qui ti domandi se dalla polvere tu puoi risalire ferito da un passato di cadute che non hai abbracciato mai.
Ma adesso puoi sorridere che non c’è nulla di sbagliato in te se imparerai a guardarti con gli occhi miei.
Non temere più c’è chi ti pensa ogni momento, non temere più tu sei amato.
Non temere più di scegliere anche l’impossibile se hai fiducia in me che ti amo.
Scene del Vangelo
RECITAL "Chiamami" (FDV 2025)
Buona visione!!
Via Crucis

MEDITIAMO INSIEME LA VIA DELLA CROCE
Le meditazioni e le preghiere per la Via Crucis 2025 scritte dal Santo Padre Francesco
Introduzione
La via del Calvario passa in mezzo alle nostre strade di tutti i giorni. Noi, Signore, andiamo solitamente nella direzione opposta alla tua. Proprio così può capitarci di incontrare il tuo volto, di incrociare il tuo sguardo. Noi procediamo come sempre e tu vieni verso di noi. I tuoi occhi ci leggono il cuore. Allora esitiamo a proseguire come se nulla fosse successo. Possiamo voltarci, guardarti, seguirti. Possiamo immedesimarci nel tuo cammino e intuire che è meglio cambiare direzione.
Dal Vangelo secondo Marco (10,21)
Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!».
Gesù è il tuo nome e davvero in te «Dio salva». Il Dio di Abramo che chiama, il Dio di Isacco che provvede, il Dio di Giacobbe che benedice, il Dio di Israele che libera: nel tuo sguardo, Signore che attraversi Gerusalemme, c’è un’intera rivelazione. Nei tuoi passi che escono dalla città c’è il nostro esodo verso una terra nuova. Sei venuto a cambiare il mondo: significa per noi cambiare direzione, vedere la bontà delle tue tracce, lasciare lavorare nel nostro cuore la memoria dei tuoi occhi.
La Via Crucis è la preghiera di chi si muove. Interrompe i nostri percorsi consueti, affinché dalla stanchezza andiamo verso la gioia. È vero, ci costa la via di Gesù: in questo mondo che calcola tutto, la gratuità ha un caro prezzo. Nel dono, però, tutto rifiorisce: una città divisa in fazioni e lacerata dai conflitti va verso la riconciliazione; una religiosità inaridita riscopre la fecondità delle promesse di Dio; persino un cuore di pietra può cambiarsi in un cuore di carne. Soltanto, occorre ascoltare l’invito: «Vieni! Seguimi!». E fidarsi di quello sguardo d’amore.
I stazione
Gesù è condannato a morte
Dal Vangelo secondo Luca (23,13-16)
Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo, disse loro: «Mi avete portato quest’uomo come agitatore del popolo. Ecco, io l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest’uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate; e neanche Erode: infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà».
Non andò così. Non ti rimise in libertà. Eppure, sarebbe potuta andare diversamente. È il drammatico gioco delle nostre libertà. Quello per cui, Signore, tanto ci hai stimati. Hai dato fiducia a Erode, a Pilato, ad amici e nemici. Sei irrevocabile nella fiducia con cui ti metti nelle nostre mani. Possiamo trarne meraviglie: liberando chi è ingiustamente accusato, approfondendo la complessità delle situazioni, contrastando i giudizi che uccidono. Persino Erode avrebbe potuto seguire la santa inquietudine che lo attraeva a te: non lo ha fatto, nemmeno quando si trovò finalmente in tua presenza. Pilato avrebbe potuto liberarti: già ti aveva assolto. Non lo ha fatto. La via della croce, Gesù, è una possibilità che già troppe volte abbiamo lasciato cadere. Lo confessiamo: prigionieri dei ruoli da cui non siamo voluti uscire, preoccupati dei fastidi di un cambio di direzione. Tu sei ancora, silenziosamente, davanti a noi: in ogni sorella e in ogni fratello esposti a giudizi e pregiudizi. Ritornano argomenti religiosi, cavilli giuridici, l’apparente buon senso che non si coinvolge nel destino altrui: mille ragioni ci tirano dalla parte di Erode, dei sacerdoti, di Pilato e della folla. Eppure, può andare diversamente. Tu, Gesù, non te ne lavi le mani. Ami ancora, in silenzio. La tua scelta l’hai fatta, e ora tocca a noi.
Preghiamo dicendo: Apri il mio cuore, Gesù!
Quando davanti a me c’è una persona giudicata. Apri il mio cuore, Gesù!
Quando le mie certezze sono pregiudizi. Apri il mio cuore, Gesù!
Quando mi condiziona la rigidità. Apri il mio cuore, Gesù!
Quando il bene segretamente mi attrae. Apri il mio cuore, Gesù!
Quando vorrei avere coraggio, ma ho paura di rimetterci. Apri il mio cuore, Gesù!
II stazione
Gesù è caricato della croce
Dal Vangelo secondo Luca (9,43b-45)
Mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini». Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.
Da mesi, forse da anni, quel peso era sulle tue spalle, Gesù. Quando ne parlavi, nessuno ti dava retta: resistenza invincibile, anche solo a intuire. Non te la sei cercata, ma hai sentito la croce venire verso di te, sempre più distintamente. Se l’hai accolta, è perché ne avvertivi, oltre che il peso, la responsabilità. La strada della tua croce, Gesù, non è solo in salita. È la tua discesa verso coloro che hai amato, verso il mondo che Dio ama. È una risposta, un’assunzione di responsabilità. Costa, come costano i legami più veri, gli amori più belli. Il peso che porti racconta il respiro che ti muove, quello Spirito “che è Signore e dà la vita”. Chissà perché temiamo persino di interrogarti, su questo. In realtà, siamo noi ad avere il fiato corto, a forza di evitare responsabilità. Basterebbe non scappare e restare: tra coloro che ci hai dato, nei contesti in cui ci hai posto. Legarci, sentendo che solo così smettiamo di essere prigionieri di noi stessi. Pesa più l’egoismo della croce. Pesa più l’indifferenza della condivisione. Lo aveva annunciato il profeta: Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano in te riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi (cfr Is 40,30-31).
Preghiamo dicendo: Liberaci dalla stanchezza, Signore
Se ci affanniamo attorno a noi stessi. Liberaci dalla stanchezza, Signore!
Se ci pare di non avere forze per dedicarci agli altri. Liberaci dalla stanchezza, Signore!
Se cerchiamo scuse per scansare le responsabilità. Liberaci dalla stanchezza, Signore!
Se abbiamo talenti e competenze da mettere in campo. Liberaci dalla stanchezza, Signore!
Se il nostro cuore vibra ancora davanti all’ingiustizia. Liberaci dalla stanchezza, Signore!
III stazione
Gesù cade per la prima volta
Dal Vangelo secondo Luca (10,13-15)
«Guai a te, Corazìn, guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che avvennero in mezzo a voi, già da tempo, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, nel giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!».
Fu come un primo toccare il fondo e ti uscirono parole dure, Gesù, per quei luoghi che ti erano tanto cari. Il seme della tua parola pareva caduto nel vuoto e così ciascuno dei tuoi gesti di liberazione. Ogni profeta si è sentito cadere nel vuoto dell’insuccesso, per avanzare ancora, poi, nelle vie di Dio. La tua vita, Gesù, è una parabola: non cadi mai invano nella nostra terra. Persino quella prima volta, la delusione fu presto interrotta dalla gioia dei tuoi, che avevi inviato: tornavano a te dalla loro missione e ti narravano i segni del Regno di Dio. Allora tu esultasti di gioia spontanea, prorompente, che fa balzare in piedi con un’energia contagiosa. Benedicesti il Padre, che nasconde i suoi disegni ai dotti e agli intelligenti per rivelarli a piccoli. Anche la via della croce è tracciata a fondo nella terra: i grandi se ne distaccano, vorrebbero toccare il cielo. Invece il cielo è qui, si è abbassato, lo si incontra persino cadendo, rimanendo a terra. Ci raccontano, i costruttori di Babele, che non si può sbagliare e chi cade è perduto. È il cantiere dell’inferno. L’economia di Dio invece non uccide, non scarta, non schiaccia. È umile, fedele alla terra. La tua via, Gesù, è la via delle Beatitudini. Non distrugge, ma coltiva, ripara, custodisce.
Preghiamo dicendo: Venga il tuo Regno
Per coloro che si sentono falliti. Venga il tuo Regno
A contestare un’economia che uccide. Venga il tuo Regno
A ridare forza a chi è caduto. Venga il tuo Regno
Nelle società competitive e fra chi insegue i primi posti. Venga il tuo Regno
In chi giace alle frontiere e sente finito il suo viaggio. Venga il tuo Regno
IV stazione
Gesù incontra sua Madre
Dal Vangelo secondo Luca (8,19-21)
E andarono da lui la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti». Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».
Tua madre c’è, sulla via della croce: fu lei la tua prima discepola. Con delicata determinazione, con la sua intelligenza che nel cuore custodisce e ripensa, tua madre c’è. Dall’istante in cui le fu proposto di accoglierti in grembo si voltò, si convertì a te. Piegò le sue vie alle tue. Non fu una rinuncia, ma una scoperta continua, fino al Calvario: seguirti è lasciarti andare; averti è fare spazio alla tua novità. Lo sa ogni madre: un figlio sorprende. Figlio amato, tu riconosci che tua madre e tuoi fratelli sono quelli che ascoltano e si lasciano cambiare. Non parlano, ma fanno. In Dio le parole sono fatti, le promesse sono realtà: sulla via della croce, o Madre, sei fra le poche che lo ricorda. Ora è il Figlio che ha bisogno di te: lui sente che tu non disperi. Sente che stai generando ancora nel tuo grembo la Parola. Anche noi, Gesù, riusciamo a seguirti generati da chi ti ha seguito. Anche noi siamo rimessi al mondo dalla fede di tua madre e di innumerevoli testimoni che generano anche là dove tutto parla di morte. Quella volta, in Galilea, erano stati loro a volerti vedere. Ora, salendo al Calvario, tu stesso cerchi lo sguardo di chi ascolta e mette in pratica. Indicibile intesa. Alleanza indissolubile.
Preghiamo dicendo: Ecco mia madre
Maria ascolta e parla. Ecco mia madre
Maria domanda e riflette. Ecco mia madre
Maria esce di casa e viaggia decisa. Ecco mia madre
Maria gioisce e consola. Ecco mia madre
Maria accoglie e si prende cura. Ecco mia madre
Maria rischia e protegge. Ecco mia madre
Maria non teme giudizi e insinuazioni. Ecco mia madre
Maria attende e rimane. Ecco mia madre
Maria orienta e accompagna. Ecco mia madre
Maria non concede nulla alla morte. Ecco mia madre
V stazione
Gesù è aiutato dal Cireneo a portare la croce
Dal Vangelo secondo Luca (23,26)
Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù.
Non si offrì, lo fermarono. Simone tornava dal suo lavoro e gli misero addosso la croce di un condannato. Avrà avuto il fisico adatto, ma certo la sua direzione era un’altra, il suo programma era un altro. In Dio ci si può imbattere così. Chissà perché, Gesù, quel nome – Simone di Cirene – divenne presto indimenticabile fra i tuoi discepoli. Sulla via della croce loro non c’erano e noi nemmeno, Simone invece sì. Vale fino a oggi: mentre qualcuno offre tutto di sé, si può essere altrove, persino in fuga, oppure si può venire coinvolti. Noi crediamo, Gesù, di ricordare il nome di Simone perché quell’imprevisto lo cambiò per sempre. Non smise più di pensarti. Diventò parte del tuo corpo, testimone di prima mano della tua differenza da qualsiasi altro condannato. Simone di Cirene si trovò addosso la tua croce senza averla chiesta, come il giogo di cui un giorno avevi parlato: «Il mio giogo è dolce, il mio peso è leggero» (cfr Mt 11,30). Anche gli animali lavorano meglio, se avanzano insieme. E tu, Gesù, ami coinvolgerci nel tuo lavoro, che dissoda la terra, perché sia nuovamente seminata. Noi abbiamo bisogno di questa sorprendente leggerezza. Abbiamo bisogno di chi ci fermi, talvolta, e ci metta sulle spalle qualche pezzo di realtà che va semplicemente portato. Si può lavorare tutto il giorno, ma senza di te si disperde. Invano faticano i costruttori, invano veglia il custode della città che Dio non costruisce (cfr Sal 127). Ecco: sulla via della croce sorge la Gerusalemme nuova. E noi, come Simone di Cirene, cambiamo strada e lavoriamo con te.
Preghiamo dicendo: Ferma la nostra corsa, Signore
Quando andiamo per la nostra strada, senza guardare in faccia nessuno.
Ferma la nostra corsa, Signore
Quando le notizie non ci commuovono. Ferma la nostra corsa, Signore
Quando le persone diventano numeri. Ferma la nostra corsa, Signore
Quando per ascoltare non c’è mai tempo. Ferma la nostra corsa, Signore
Quando abbiamo fretta di decidere. Ferma la nostra corsa, Signore
Quando i cambiamenti di programma non sono ammessi. Ferma la nostra corsa, Signore
VI stazione
La Veronica asciuga il volto di Gesù
Dal Vangelo secondo Luca (9,29-31)
Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Dal Libro dei Salmi (27,8-9a)
Il mio cuore ripete il tuo invito: «Cercate il mio volto!».
Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto.
Nel tuo volto, Gesù, vediamo il tuo cuore. La tua decisione ti si legge negli occhi, scava il tuo viso, rende i tuoi lineamenti espressione di un’attenzione inconfondibile. Ti accorgi di Veronica, come di me. Io cerco il tuo volto, che racconta la decisione di amarci sino all’ultimo respiro: e anche oltre, perché forte come la morte è l’amore (cfr Ct 8,6). A cambiarci il cuore è il tuo volto, che vorrei fissare e custodire. Tu ti consegni a noi, giorno dopo giorno, nel volto di ogni essere umano, memoria viva della tua incarnazione. Ogni volta che ci volgiamo al più piccolo, infatti, diamo attenzione alle tue membra e tu resti con noi. Così ci illumini il cuore e l’espressione del viso. Invece di respingere, ora accogliamo. Sulla via della croce il nostro volto, come il tuo, può finalmente diventare raggiante e diffondere benedizione. Ne hai impressa in noi la memoria, presentimento del tuo ritorno, quando ci riconoscerai al primo sguardo, uno a uno. Allora, forse, ti somiglieremo. E saremo faccia a faccia, in un dialogo senza fine, nell’intimità di cui mai saremo stanchi, famiglia di Dio.
Preghiamo dicendo: Imprimi in noi il tuo ricordo, Gesù
Se il nostro volto è inespressivo, imprimi in noi il tuo ricordo, Gesù
Se il nostro cuore è distaccato, imprimi in noi il tuo ricordo, Gesù
Se i nostri gesti dividono, imprimi in noi il tuo ricordo, Gesù
Se le nostre scelte feriscono, imprimi in noi il tuo ricordo, Gesù
Se i nostri progetti escludono, imprimi in noi il tuo ricordo, Gesù
VII stazione
Gesù cade per la seconda volta
Dal Vangelo secondo Luca (15, 2-6)
I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta"».
Cadere e rialzarsi; cadere e ancora rialzarsi. Così ci hai insegnato a leggere, Gesù, l’avventura della vita umana. Umana perché aperta. Alle macchine noi non consentiamo di sbagliare: le pretendiamo perfette. Le persone invece tentennano, si distraggono, si perdono. Eppure, conoscono la gioia: quella dei nuovi inizi, quella delle rinascite. Gli umani non vengono alla luce meccanicamente, ma artigianalmente: siamo pezzi unici, intreccio di grazia e di responsabilità. Gesù, ti sei fatto uno di noi; non hai temuto di inciampare e di cadere. Chi ne prova imbarazzo, chi ostenta infallibilità, chi nasconde le proprie cadute e non perdona quelle altrui rinnega la via che tu hai scelto. Tu sei, Gesù, il Signore della gioia. In te siamo tutti ritrovati e portati a casa, come l’unica pecora che si era smarrita. Disumana è l’economia in cui novantanove vale più di uno. Eppure, abbiamo costruito un mondo che funziona così: un mondo di calcoli e algoritmi, di logiche fredde e interessi implacabili. La legge della tua casa, economia divina, è un’altra, Signore. Volgerci a te, che cadi e ti rialzi, è un cambio di rotta e un cambio di passo. Conversione che ridona gioia e ci porta a casa.
Preghiamo dicendo: Rialzaci, Dio, nostra salvezza
Siamo bambini che a volte piangono. Rialzaci, Dio, nostra salvezza
Siamo adolescenti che si sentono insicuri. Rialzaci, Dio, nostra salvezza
Siamo giovani che troppi adulti disprezzano. Rialzaci, Dio, nostra salvezza
Siamo adulti che hanno sbagliato. Rialzaci, Dio, nostra salvezza
Siamo anziani che vogliono ancora sognare. Rialzaci, Dio, nostra salvezza
VIII stazione
Gesù incontra le donne di Gerusalemme
Dal Vangelo secondo Luca (23,27-31)
Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: "Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato". Allora cominceranno a dire ai monti: "Cadete su di noi!", e alle colline: "Copriteci!". Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?».
Nelle donne hai riconosciuto da sempre, Gesù, una particolare corrispondenza col cuore di Dio. Per questo, nella grande moltitudine di popolo che quel giorno cambiò direzione e ti seguiva, immediatamente vedesti le donne e, ancora una volta, stabilisti con loro un’intesa speciale. La città è diversa quando se ne portano gli abitanti in grembo, quando se ne allattano i bambini: quando, insomma, non si conosce soltanto il registro del dominio, ma le cose si vivono dal di dentro. Alle donne che per dovere svolgono il rito della compassione, tu colpisci il cuore. Nel cuore, infatti, si collegano gli avvenimenti e nascono pensieri e decisioni. «Non piangete per me». Il cuore di Dio vibra per il suo popolo, genera una nuova città: «Piangete su voi stesse e sui vostri figli». Esiste un pianto, infatti, in cui tutto rinasce. Occorrono, però, lacrime di ripensamento, di cui non vergognarsi, lacrime da non rinchiudere nel privato. La nostra convivenza ferita, o Signore, in questo mondo a pezzi, ha bisogno di lacrime sincere, non di circostanza. Altrimenti si avvera quanto predissero gli apocalittici: non generiamo più nulla e poi tutto crolla. La fede, invece, sposta le montagne. Monti e colli non ci cadono addosso, ma in mezzo a loro si apre una strada. È la tua strada, Gesù: una via in salita, su cui gli apostoli ti hanno abbandonato, ma le tue discepole – madri della Chiesa – ti hanno seguito.
Preghiamo dicendo: Donaci un cuore materno, Gesù
Hai popolato di sante donne la storia della Chiesa. Donaci un cuore materno, Gesù
Hai sconfessato la prepotenza e il dominio. Donaci un cuore materno, Gesù
Hai raccolto e consolato le lacrime delle madri. Donaci un cuore materno, Gesù
Hai affidato alle donne il messaggio della risurrezione. Donaci un cuore materno, Gesù
Hai ispirato nella Chiesa nuovi carismi e sensibilità. Donaci un cuore materno, Gesù
IX stazione
Gesù cade per la terza volta
Dal Vangelo secondo Luca (7,44-49)
[Gesù] disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco». Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?».
Non solo una o due volte, Gesù: tu cadi ancora. Cadevi già da bambino, come ogni bambino. Così hai compreso e accolto la nostra umanità, che cade e cade ancora. Se il peccato ci allontana, il tuo esistere senza peccato ti avvicina a ogni peccatore, ti unisce indissolubilmente alle sue cadute. E questo muove a conversione. Scandalo per chi prende le distanze dagli altri e da sé stesso. Scandalo di chi vive diviso in due, tra ciò che dovrebbe essere e ciò che realmente è. Nella tua misericordia, Gesù, cade ogni ipocrisia. Le maschere, le belle facciate non servono più. Dio vede il cuore. Ama il cuore. Scalda il cuore. E così mi rialzi e mi rimetti in cammino su strade mai percorse, audaci, generose. Chi sei, Gesù, che perdoni anche i peccati? Di nuovo a terra, sulla via della croce, sei il Salvatore di questa nostra terra. Non soltanto la abitiamo, ma ne siamo plasmati. Tu, in terra, ci modelli ancora, come un abile vasaio.
Preghiamo dicendo: Noi siamo argilla nelle tue mani
Quando le cose sembrano non poter cambiare, ricordaci: Noi siamo argilla nelle tue mani
Quando dei conflitti non si vede la fine, ricordaci: Noi siamo argilla nelle tue mani
Quando la tecnologia ci illude di onnipotenza, ricordaci: Noi siamo argilla nelle tue mani
Quando i successi ci distaccano dalla terra, ricordaci: Noi siamo argilla nelle tue mani
Quando ci preoccupa più l’apparenza del cuore, ricordaci: Noi siamo argilla nelle tue mani
X stazione
Gesù è spogliato delle vesti
Dal libro di Giobbe (1,20-22)
Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello; si rase il capo, cadde a terra, si prostrò e disse:
«Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò.
Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!».
In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto.
Non ti spogli, vieni spogliato. La differenza è chiara a tutti noi, Gesù. Solo chi ci ama può accogliere la nostra nudità fra le sue mani e nel suo sguardo. Temiamo, invece, gli occhi di chi non ci conosce e sa solo possedere. Sei spogliato ed esposto a tutti, ma tu trasformi persino l’umiliazione in familiarità. Vuoi rivelarti intimo persino a chi ti distrugge, guardi a coloro che ti spogliano come a persone amate che il Padre ti ha dato. Qui c’è più della pazienza di Giobbe, persino più della sua fede. In te lo Sposo che si lascia prendere, toccare e volge tutto al bene. Ci lasci le tue vesti, come reliquie di un amore consumato. Sono in mano nostra, perché tu sei stato da noi, sei stato con noi. Noi abbiamo tenuto le tue vesti e ora le tiriamo a sorte, ma la sorte, qui, è favorevole non a uno, ma a tutti. Ci conosci uno a uno, per salvare tutti, tutti, tutti. E se la Chiesa ti appare oggi come una veste lacerata, insegnaci a ritessere la nostra fraternità, fondata sul tuo dono. Siamo il tuo corpo, la tua tunica indivisibile, la tua Sposa. Lo siamo insieme. Per noi la sorte è caduta su luoghi deliziosi; è magnifica la nostra eredità (cfr Sal 16,6).
Preghiamo dicendo: Dona alla tua Chiesa pace e unità
Signore Gesù, che vedi divisi i tuoi discepoli. Dona alla tua Chiesa pace e unità
Signore Gesù, che porti le ferite della nostra storia. Dona alla tua Chiesa pace e unità
Signore Gesù, che conosci la fragilità dei nostri amori. Dona alla tua Chiesa pace e unità
Signore Gesù, che ci vuoi membra del tuo corpo. Dona alla tua Chiesa pace e unità
Signore Gesù, che vesti la tunica della misericordia. Dona alla tua Chiesa pace e unità
XI stazione
Gesù è inchiodato sulla croce
Dal Vangelo secondo Luca (23,32-34a)
Insieme con lui venivano condotti a morte anche altri due, che erano malfattori. Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».
Niente ci spaventa più dell’immobilità. E tu sei inchiodato, immobilizzato, bloccato. Lo sei, però, insieme ad altri: mai solo, determinato a rivelarti anche in croce come il Dio con noi. La rivelazione non si ferma, non si inchioda. Tu, Gesù, ci mostri che in ogni circostanza c’è una scelta da fare. È questa la vertigine della libertà. Nemmeno sulla croce sei neutralizzato: tu decidi per chi sei lì. Tu dai attenzione all’uno e all’altro dei crocifissi con te: lasci scivolare gli insulti di uno e accogli l’invocazione dell’altro. Tu dai attenzione a chi ti crocifigge e sai leggere il cuore di chi non sa ciò che fa. Tu dai attenzione al cielo: lo vorresti più chiaro, ma squarci la barriera del buio con la luce dell’intercessione. Inchiodato, infatti, intercedi: ti metti in mezzo tra le parti, fra gli opposti. E li porti a Dio, perché la tua croce fa cadere i muri, cancella i debiti, annulla le sentenze, stabilisce la riconciliazione. Sei il vero Giubileo. Convertici a te, Gesù, che inchiodato tutto puoi.
Preghiamo dicendo: Insegnaci ad amare
Quando abbiamo le forze e quando ci pare di non averne più. Insegnaci ad amare
Quando siamo immobilizzati da leggi o da decisioni ingiuste. Insegnaci ad amare
Quando siamo contrastati da chi non vuole verità e giustizia. Insegnaci ad amare
Quando siamo tentati di disperare. Insegnaci ad amare
Quando si dice “non c’è più niente da fare”. Insegnaci ad amare
XII stazione
Gesù muore sulla croce
Dal Vangelo secondo Luca (23,45-49)
Il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò. Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo.
Dove siamo noi sul Calvario? Sotto la croce? Un po’ a distanza? Lontano? O forse, come gli apostoli, non ci siamo più. Tu spiri, e questo respiro, ultimo e primo, chiede solo di essere accolto. Signore Gesù, piega le nostre strade verso il tuo dono. Non permettere che il tuo soffio di vita sia disperso. Il nostro buio cerca luce. I nostri templi vogliono rimanere definitivamente aperti. Ora il Santo non è più oltre il velo: il suo segreto è offerto a tutti. Lo percepisce un militare, che osservando da vicino come muori riconosce un nuovo tipo di forza. Lo comprende la folla che aveva gridato contro di te: prima distante, incontra adesso lo spettacolo di un amore mai visto, bellezza che fa ricredere. A chi ti guarda morire, Signore, tu dai tempo di tornare battendosi il petto: colpendosi il cuore, perché vada in frantumi la sua durezza. A noi, Gesù, che spesso ti guardiamo ancora da lontano, concedi di vivere nella memoria di te, perché un giorno, quando verrai, anche la morte ci trovi vivi.
Preghiamo dicendo: Spirito Santo, vieni!
Ci siamo mantenuti a distanza dalle piaghe del Signore. Spirito Santo, vieni!
Davanti al fratello caduto ci siamo voltati dall’altra parte. Spirito Santo, vieni!
I misericordiosi e i poveri di spirito sembrano perdenti. Spirito Santo, vieni!
Credenti e non credenti stanno davanti al crocifisso. Spirito Santo, vieni!
Il mondo intero cerca un nuovo inizio. Spirito Santo, vieni!
XIII stazione
Gesù è deposto dalla croce
Dal Vangelo secondo Luca (23,50-53a)
Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, buono e giusto. Egli non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Era di Arimatea, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo depose dalla croce.
Il tuo corpo, finalmente, è fra le mani di un uomo buono e giusto. Tu sei avvolto nel sonno della morte, Gesù, ma a caricarsi di te è un cuore vivo, che ha scelto. Giuseppe non era di quelli che dicono e non fanno. “Non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri”, dice il Vangelo. Ed è una buona notizia: ti abbraccia, Gesù, uno che non ha abbracciato l’opinione comune. Si carica di te uno che si è caricato delle proprie responsabilità. Sei al tuo posto, Gesù, in grembo a Giuseppe d’Arimatea, che “aspettava il Regno di Dio”. Sei al tuo posto fra chi spera ancora, fra chi non si rassegna a pensare che l’ingiustizia è inevitabile. Tu rompi la catena dell’ineluttabile, Gesù. Rompi gli automatismi che distruggono la casa comune e la fraternità. A quelli che attendono il tuo Regno dai il coraggio di presentarsi all’autorità: come Mosè al Faraone, come Giuseppe d’Arimatea a Pilato. Ci abiliti a grandi responsabilità, ci rendi audaci. Così, sei morto e ancora regni. E per noi, Gesù, servire te è regnare.
Preghiamo dicendo: Servire te è regnare
Dando da mangiare agli affamati. Servire te è regnare
Dando da bere agli assetati. Servire te è regnare
Vestendo chi è nudo. Servire te è regnare
Ospitando i forestieri. Servire te è regnare
Visitando i malati. Servire te è regnare
Visitando i carcerati. Servire te è regnare
Seppellendo i morti. Servire te è regnare
XIV stazione
Gesù è deposto nel sepolcro
Dal Vangelo secondo Luca (23,53b-56)
Lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto. Era il giorno della Parasceve e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto.
In un sistema che non si ferma mai, Gesù, tu vivi il tuo sabato. Lo vivono anche le donne, alle quali aromi e profumi vorrebbero già parlare di risurrezione. Insegnaci a non fare niente, quando ci è chiesto solo di aspettare. Educaci ai tempi della terra, che non sono quelli dell’artificio. Deposto nel sepolcro, Gesù, condividi la condizione che tutti ci accomuna e raggiungi gli abissi che tanto ci spaventano. Vedi come li sfuggiamo, moltiplicando le nostre attività. Giriamo spesso a vuoto, ma il sabato splende con le sue luci: ci educa e ci chiede riposo. Vita divina, vita a misura d’uomo, quella che conosce la pace del sabato. «Siederanno ognuno tranquillo sotto la vite e sotto il fico e più nessuno li spaventerà» (Mi 4,4), profetizzava Michea. E Zaccaria, a fargli eco: «In quel giorno – oracolo del Signore – ogni uomo inviterà il suo vicino sotto la sua vite e sotto il suo fico» (cfr Zc 3,10). Gesù, che sembri dormire nel mondo in tempesta, portaci tutti nella pace del sabato. Allora la creazione intera ci apparirà molto bella e buona, destinata alla risurrezione. E sarà pace sul tuo popolo e fra tutte le nazioni.
Preghiamo dicendo: Venga la tua pace
Per la terra, l’aria e l’acqua. Venga la tua pace
Per i giusti e per gli ingiusti. Venga la tua pace
Per chi è invisibile e senza voce. Venga la tua pace
Per chi non ha potere né denaro. Venga la tua pace
Per chi attende un germoglio giusto. Venga la tua pace
Invocazione conclusiva
«“Laudato si’, mi’ Signore”, cantava san Francesco d’Assisi. In questo bel cantico ci ricordava che la nostra casa comune è anche come una sorella […]. Questa sorella protesta per il male che le provochiamo» (Enc. Laudato si’, 1-2).
«“Fratelli tutti” – scriveva ancora San Francesco – per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo» (Enc. Fratelli tutti, 1).
«“Ci ha amati”, dice San Paolo riferendosi a Cristo […], per farci scoprire che da questo amore nulla “potrà mai separarci”» (Enc. Dilexit nos, 1).
Abbiamo percorso la Via della Croce; ci siamo volti all’amore da cui nulla potrà separaci. Ora, mentre il Re dorme e un grande silenzio scende su tutta la terra, facendo nostre le parole di San Francesco invochiamo il dono della conversione del cuore.
Alto e glorioso Dio,
illumina le tenebre del cuore mio.
Dammi fede retta,
speranza certa,
carità perfetta
e umiltà profonda.
Dammi, Signore, senno e discernimento
per compiere la tua vera e santa volontà. Amen.
Impegno
IMPEGNO
<<Con Gesù posso cambiare il modo di vedere le cose!
Mi impegno, ogni giorno, ad assumere uno sguardo positivo su tutto!>>
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