Valentina

 

VALENTINAIl mio nome è Valentina, ho ventinove anni e vengo da un piccolo paese in provincia di Vercelli. Quando la mia mamma si è accorta di essere incinta di me, entrambi i miei genitori erano ormai avanti con l’età. Inoltre, lei era fortemente obesa, così che tutti i medici le consigliavano di abortire per evitare ulteriori danni alla sua salute e perché c’era il rischio che anch’io potessi nascere malata. Per diverso tempo hanno discusso, coinvolgendo anche i miei fratelli, all’epoca adolescenti, e sono stati proprio loro due che hanno sostenuto la decisione di farmi nascere. Mia mamma ha deciso di andare ad Oropa, un santuario dedicato alla Madonna poco lontano da casa mia, chiedendo il dono della salute per entrambe. Sono nata sana, e proprio nel giorno di Nostra Signora di Fatima. Per la nostra famiglia era un periodo di difficoltà: c’erano problemi economici molto gravi, per i quali in poco tempo abbiamo perso la casa dove vivevamo, ma la Provvidenza di Dio, attraverso un sacerdote, ci ha fatto trovare un’altra casa dove potevamo abitare gratuitamente. Mio papà “scappava” nell’alcool, nel lavoro e nella televisione; mia mamma scaricava la sua depressione nel cibo. I miei fratelli erano molto più grandi di me e, anche se mi volevano bene, mi sentivo sola e lontana. Dentro di me sentivo una grande angoscia e il senso di colpa per essere nata: mi credevo uno sbaglio, un peso, ma tacevo su ciò che vivevo dentro, “scaricando” sul mio corpo. Avevo, infatti, qualche problema di salute non grave, che mi assicurava le attenzioni della mia mamma. Ho iniziato a prendere delle medicine quotidianamente: mi sembravano la soluzione “magica” ai miei problemi. All’età di dodici anni, per “guadagnarmi” l’amicizia e lo sguardo dei ragazzi più grandi, ho iniziato a fumare e a bere. Un anno dopo mia mamma ha scoperto di avere un cancro. Ero terribilmente spaventata, ma ancora una volta mi mostravo forte non chiedendo aiuto a nessuno. Dopo alcuni mesi di cure il cancro sembrava sconfitto. Nell’adolescenza, per scappare dal disagio che vivevo, mi sono creata un mondo immaginario fatto di musica, videogiochi, internet... Sentivo dentro una grande fame d’amore e la colmavo con relazioni sbagliate, che mi lasciavano sempre più ferita e delusa. Verso i diciassette anni ho conosciuto una compagnia di amici simili a me e con loro ho iniziato a fumare le prime “canne” e a bere sempre di più. Ero nella disperazione e pensavo al suicidio come all’unica via di scampo. Nonostante le mille bugie per giustificare i miei comportamenti, mia mamma si rendeva conto del mio malessere. Per mesi ha cercato di parlarmi invano, finché una notte, dopo avermi aspettata per ore in angoscia per il mio ennesimo ritardo, abbiamo avuto una grossa litigata nella quale le ho detto finalmente tutta la verità. Pochi giorni dopo siamo andati da uno psichiatra e ho iniziato a prendere medicine sempre più forti, credendo di guarire così la mia tristezza; in realtà, rimanevo sempre uguale, se non peggio, con in più il problema della dipendenza dai farmaci. Finita la scuola mi sono trovata a casa senza un lavoro, e in più il cancro della mamma è tornato. Vivevo egoismo e rabbia, dormivo il più possibile stordita dalle medicine, mischiate a quelle che rubavo alla mamma. Questa volta il cancro ha avuto la meglio e lei è andata in cielo. Avevo poco più di vent’anni e ancora una volta ho deciso di fuggire dalla sofferenza e dai sensi di colpa chiudendomi in casa e dando sfogo a tutti i miei squilibri, fino al punto, dopo una grossa delusione amorosa, di andarmene in un altra città con l’illusione di ricominciare la mia vita. Credevo che sarei riuscita ad iscrivermi all’università, ad avere un lavoro e una casa, ma velocemente mi sono ritrovata completamente distrutta. Per la droga ho perso tutto. Un giorno, l’unica vera amica che mi era rimasta mi ha messa di fronte alla verità e ha chiamato la mia famiglia. Con fatica, ma anche con tanta misericordia, i miei familiari si sono uniti, mi hanno accolta e dopo un breve periodo al Sert mi hanno portata a fare i colloqui in Comunità. Parlando con le ragazze mi rendevo conto di avere davanti delle persone che avevano vissuto esperienze simili alle mie, ma che ora avevano scelto qualcos’altro nelle loro vite. Durante le “giornate di prova” per la prima volta dopo tanti anni sono entrata in una cappella a pregare un Rosario. Non mi ricordavo nemmeno più l’Ave Maria, ma mi colpiva osservare le ragazze pregare in ginocchio: volevo essere come loro! Tornata a casa, alla sera di nascosto provavo a mettermi in ginocchio anche io, chiedendo a Dio di farmi entrare in Comunità prima delle feste, anche se una parte di me avrebbe voluto scappare. Dio mi ha ascoltata facendomi entrare nella fraternità di Spinetta, vicino a Cuneo, due giorni prima di Natale. La ragazza che mi è stata vicino nel primo periodo, il mio “angelo custode”, con pazienza ogni giorno mi aiutava. Le altre sorelle mi mostravano con amicizia, ma senza paura, il muro di orgoglio e le maschere che avevo, e mi spingevano a condividere e ad uscire da me stessa. Un giorno, dopo una forte situazione, la responsabile mi ha mandata in cappella dicendomi che dovevo chiedere la grazia di aprire il cuore, perché loro umanamente non sapevano più come aiutarmi. Davanti al Santissimo, piangendo, mi sono ricordata dell’amore con il quale mia mamma mi parlava della Madonna di Lourdes e per la prima volta ho iniziato a pregarla con il cuore dicendole: “Maria, fai tu!”. È stata una preghiera che ho continuato per mesi e che mi dava tanta speranza e consolazione, nonostante fosse un momento di lotta nel cammino. E davvero Maria mi ha presa per mano, poco a poco mi ha aiutata a risollevarmi e mi ha chiamata poi a Lourdes. Con delicatezza, giorno dopo giorno, attraverso le sorelle, Lei ha messo a nudo ogni piccola parte di me, aiutandomi a conoscermi, ad accogliermi e a ricostruirmi. Vivo come una grazia immensa l’essere qui: ho l’opportunità di non pensare a me stessa ma di ridonare agli altri il tesoro grande che in questi anni di cammino ho ricevuto. Per la prima volta nella mia vita mi sento a casa, al mio posto. Ringrazio la Madonna perché così come mi ha aiutata a venire al mondo, attraverso la Comunità ha salvato la mia vita, sciogliendo il blocco di ghiaccio che avevo al posto del cuore, e rendendolo oggi un cuore di carne, capace di amare e soffrire. Grazie!