Mi chiamo Aleksandra, vengo dalla Serbia e vorrei condividere con voi il mio passaggio dalle tenebre alla luce della risurrezione, come dice la Parola: «Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore»(Ef 5,8). La mia sofferenza è cominciata nella preadolescenza quando, dopo la guerra, è morto il mio patrigno, che per me era come un padre. La nostra vita non è più tornata come quella di prima: mia mamma ha cominciato a bere e, siccome lavorava tanto, mio fratello ed io la vedevamo poco. Ci siamo trasferiti dai nonni e avevo poco contatto con lei, solo quando ci portava dei regali. Credo che in questo modo volesse recuperare la sua mancanza, pensando che con le cose materiali potesse riempire il vuoto che si stava creando in noi. Io soffrivo tanto perché non avevo una famiglia come quella dei miei compagni. Mi mancava avere una mamma e un papà con cui poter condividere quello che vivevo. Ho visto il mio vero padre per la prima volta quando avevo sedici anni, ma da quel giorno non ho più parlato con lui perché aveva un’altra famiglia. Diventavo sempre più chiusa e non parlavo con nessuno, “schiacciavo” tutto dentro di me mettendo la maschera della brava ragazza, che non ha problemi e che niente può “sfiorarla”. Sono diventata dura, arrogante, superba ed egoista e ho costruito un muro; non lasciavo che nessuno si avvicinasse a me. Il vuoto era sempre più grande e le cose materiali non mi bastavano più, cercavo qualcosa per poter riempire il vuoto, così la droga è diventata fondamentale. Nella droga pensavo di aver trovato finalmente la “felicità” e gli “amici”, mi sentivo accettata ed accolta. È stato un inganno del male che velocemente mi ha fatto cadere in basso. Da una parte a scuola ero brava: ho finito gli studi con i voti più alti, sono diventata infermiera e lavoravo in ospedale con i bambini. Dal di fuori sembravo una ragazza “a posto”, come se non mi mancasse niente, ma dentro ero disperata. L’ultima goccia è stata il giorno del mio compleanno, il 25 dicembre, giorno in cui è nato Gesù: tutto è crollato. Sono rimasta senza lavoro, il mio ragazzo è stato portato via dai suoi genitori in un istituto e sono rimasta da sola. Mi chiedevo perché tutto questo fosse successo a me. Nella mia famiglia non c’era la fede, non si parlava di Dio, ed io ero arrabbiata con tutti e con tutto. Quel giorno ho urlato a questo Dio che non conoscevo: “Perché tutto questo a me?”. Oggi, grazie alla fede, credo che Dio abbia risposto a quel grido di dolore portandomi in Comunità. Sono tornata a casa e attraverso un amico di famiglia abbiamo conosciuto il Cenacolo.
La prima cosa che mi ha colpito quando sono entrata era il sorriso sulle labbra e la luce negli occhi delle ragazze della Comunità. Facevo fatica a credere che questo fosse vero, ma poi quando ho cominciato a sentire i gesti d’amore delle ragazze mi stupivo perché ancora non mi conoscevano e già mi volevano bene. All’inizio non era facile ma, con l’aiuto delle ragazze, ho cominciato a fare i primi passi in una vita ordinata, nel lavoro e nella fede, imparando poco a poco a pregare. Sono grata di avere vissuto nella fraternità di Medjugorje vicino alla Madonna: sono stati gli anni più importanti del mio cammino, perché quel cuore chiuso e duro che avevo, solo Maria poteva avere la forza di aprirlo e di sciogliere il ghiaccio che portavo dentro. Ho fatto molta fatica ad aprirmi e ad amare gli altri perché io per prima non amavo me stessa. La Madonna mi ha dato la grazia di ritrovare il mio essere donna, accettandomi così come sono, abbracciando le mie 
povertà e anche vedendo quanto amore posso donare agli altri. In Comunità ho ricevuto tanti doni e ho scoperto quei talenti che non credevo di avere. Attraverso gli impegni quotidiani, ho ricostruito il mio essere donna diventando più sicura e fiduciosa in me stessa. Un grande dono che la Comunità mi ha fatto è stato quello di vivere accanto ai bambini della fraternità; grazie a loro ho guarito le ferite più profonde del mio passato. Mia mamma ancora oggi non sta tanto bene, però con l’aiuto della fede sono riuscita a perdonarla e ad affidarla a Gesù, abbracciando la mia storia con serenità. Nel mio cuore c’è il desiderio di diventare una donna sempre più libera, coraggiosa, che non si stanca mai di amare e di servire. Oggi sono grata alla Comunità perché mi ha ridonato la vita e il sorriso, e soprattutto sono grata a Madre Elvira perché ha detto “sì” a Dio e non ha avuto paura di soffrire per noi, accogliendoci e amandoci per quello che siamo. Grazie, Gesù, perché hai dato alla mia vita un senso e perché nel mio cuore non abitano più la paura e la tristezza, ma la speranza, la gioia e l’amore.