Delphine

delphine
Il mio nome è Delphine. Prima di sei figli, sono cresciuta in una famiglia cristiana francese. Quando avevo cinque anni ci siamo trasferiti negli Stati Uniti per il lavoro di mio padre. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia unita. A scuola mi sentivo diversa perché ero l’unica francese e anche perché i miei genitori mi seguivano di più rispetto ai miei coetanei. Quando avevo sedici anni la mia famiglia ha adottato un bimbo con la sindrome di down e questa scelta così “forte” dei miei genitori l’ho vissuta in modo egoistico, vedendolo come un impegno in più per me che mi rendeva diversa dagli altri. Mi vergognavo di questi sentimenti immaturi, anche perché il resto della mia famiglia viveva la sua presenza come un dono, e quindi nascondevo e schiacciavo quello che vivevo per paura di essere rifiutata. Crescendo aumentava in me la voglia di scegliere tutto quello che era vietato e cresceva il piacere di fare le cose di nascosto, pensando così di essere “a posto”. All’università mi sono fidanzata con un ragazzo che era stato molto ferito nell’infanzia e con lui ho iniziato a dire sempre più dei “sì” sbagliati, compromettendo i valori che avevo a malapena tenuto fin lì; così, delusa e triste ho iniziato a fumare le “canne” e a bere. Questo mi permetteva di scappare dalla realtà, dalle difficoltà e dalla verità, e mi sono allontanata dalla mia famiglia e dagli amici. Lavoravo dal mattino presto alla sera tardi cercando di riempire i miei vuoti con il successo, e quando non lavoravo bevevo sempre di più per dimenticare la realtà. Usavo l’alcool per combattere lo stress, l’ansia, l’iperattività... arrivando poi a bere anche mentre ero al lavoro, giustificandomi con il fatto che questo mi rendeva più calma e capace  di concentrarmi. Ero convinta che i veri tossici e le persone dipendenti erano quelli per strada, e quindi non mi sentivo così. Ho conosciuto la Comunità Cenacolo attraverso mio fratello seminarista. Grazie alla preghiera della mia famiglia e alla fede di mia mamma, ho dovuto dirmi la verità: stanca di essere triste e vuota dentro, sono entrata. Sin dall’inizio questa nuova famiglia che mi accoglieva senza giudicarmi nonostante i miei sbagli, mi ha dato di nuovo speranza. È nata in me la voglia di provare con tutte le mie forze a camminare bene e a rinascere. Piano piano ho imparato ad essere vera, a farmi vedere senza “maschere” e a credere che Dio e gli altri mi vogliono bene. Il bene che ho ricevuto nella gratuità mi ha aiutato a riaprire il cuore agli altri. Non finisco mai di stupirmi della Misericordia di Dio, che sperimento concretamente ogni giorno, e questo mi spinge ad aver misericordia con me stessa e con gli altri, sia per gli sbagli del passato che per le mancanze quotidiane. Ringrazio per la fiducia che la Comunità ha in me, soprattutto per  l’opportunità che ho in questo tempo del mio cammino di svolgere il servizio di “zia” dei bambini della “Casa Betlemme”, dove vive una famiglia che ha accolto sette bambini, quattro dei quali sono “speciali”. Qui ho finalmente affrontato e perdonato quei sensi di colpa che avevo verso mio fratello down e ho potuto sperimentare il dono che sono questi bambini. Con loro vivo una libertà senza bisogno di “maschere”, imparando a non offendermi quando mi provocano ma ad accettarmi sempre di più. Nel donarmi senza aspettarmi niente in cambio, ricevo di tutto e di più! Dai bambini imparo un amore senza condizioni, il perdonare subito, il non lamentarsi nelle difficoltà. Ora capisco che quando i miei genitori mi chiedevano di aiutare in casa era un dono e non un castigo, e sono molto grata di aver scoperto che anche io sono capace di amare i bambini “speciali”! Grazie a Dio e alla mia famiglia per la pazienza e per tutte le preghiere, a Madre Elvira per il suo “eccomi” e a tutta la Comunità per quello che posso vivere oggi: ogni giorno è un dono da vivere pienamente!