Antonella


antonellaMi chiamo Antonella, vivo nella fraternità “Letizia” di Savigliano e sono felice di aver ricevuto il dono di potervi condividere il mio percorso “dalle tenebre alla luce”. Sono nata in una famiglia povera, con una paralisi spastica agli arti inferiori, ed avevo bisogno di cure e controlli negli ospedali; mia madre, non essendo capace di seguirmi e desiderando per me un futuro migliore, mi lasciò per tre anni in orfanotrofio. Comunque la ringrazio per avermi dato la vita, nonostante le sofferenze vissute. In orfanotrofio veniva una coppia di novelli sposi ogni fine settimana a trovarmi. Stavo bene con loro: giocavo, scherzavo e parlavo, ma la sera mi ritrovavo triste in orfanotrofio. Un giorno ho fatto loro questa domanda: «Posso vivere con voi?». Questa domanda li ha messi in discussione, tanto che lei, la mia futura madre affidataria, mi ha sognata e ha posto la domanda anche al mio futuro padre: lui, pur avendo paura di questa responsabilità, nel cuore mi voleva già bene e per questo ha acconsentito. Sono cresciuta nella fede e nell’amore della mia nuova famiglia, ed ero felice. Ma dopo un po’ di tempo questa felicità si è trasformata in sofferenza, perché mio padre affidatario era tossicodipendente e beveva, e si è ammalato di Aids.
Io pensavo che si potesse curare, ma non c’era allora una medicina adatta per sconfiggere la malattia. Eravamo solo in tre in famiglia e sentivo il bisogno di compagnia.
Alla sera per tanti anni ho pregato la Madre Celeste, a volte con gioia e a volte con noia, e Lei ha fatto un miracolo: la nascita
del mio fratello di sangue. Avevo nove anni quando mia mamma biologica chiamò mia madre affidataria dicendole di aver partorito
un bambino e che desiderava affidarlo a lei. Questa notizia mi ha riempito il cuore di gioia, e da lì ho iniziato a credere con
più fiducia nel Signore. Mia madre affidataria mi ha sempre aiutato ad integrarmi nella società: facevo sport, socializzavo con gli
altri, andavo agli scout e frequentavo la comunità religiosa di cui faceva parte mia madre. Credeva tanto in me, mi spronava e mi raccontava spesso la storia del brutto anatroccolo che diventava cigno, perché ero una bambina molto introversa e non accettavo il mio problema.
Camminando cadevo molto spesso per terra e gli altri ridevano di me, ma lei mi incoraggiava a non vergognarmi e a non sentirmi diversa. Con mio papà andavo spesso a pescare e condividevo il suo hobby; era molto umile, fragile e buono. Dopo un po’ la sua malattia ha iniziato a peggiorare e, poco prima della sua morte, ho vissuto un’esperienza forte di misericordia nei suoi confronti: abbiamo avuto un dialogo di riconciliazione e di perdono, che ci ha dato modo di ripartire nel nostro rapporto in modo nuovo. Vedere la sua sofferenza mi faceva tanto male e, così, ho iniziato a pregare Dio che lo prendesse con sé perché non soffrisse più. Otto mesi dopo la sua morte, anche mia mamma affidataria morì di Aids. Prima di morire chiese a mio zio di proseguire con le carte dell’adozione e, dopo cinque anni, sono riusciti a portare a termine la mia adozione e quella di mio fratello, per non dividerci. Dopo la morte dei miei ho vissuto rabbia e tristezza, ma con l’aiuto del mio nuovo papà, che mi ha fatto capire che dovevo volermi bene, la mia coscienza si è svegliata e Dio mi ha protetta tenendomi una mano sulla testa. Ho iniziato ad essere seguita da una guida spirituale e, poco a poco, è nato in me il desiderio di farmi suora. Sono stata accolta dalla Comunità di mia madre per alcuni fine-settimana, e questo alimentava il mio desiderio di dare la mia vita a Dio. Il contesto comunitario mi ha educata a saper dire dei “no” e dei “sì” per crescere e diventare una donna più responsabile. Sono rimasta nel mondo pensando, insieme alla comunità, che fossi chiamata al matrimonio e sperimentando la Provvidenza che è sempre stata al mio fianco aiutandomi a trovare lavoro. Nel frattempo, vivevo vicina a Dio con la preghiera, andavo in parrocchia, aiutavo mia nonna nelle sue necessità, e facevo volontariato. Nel profondo del cuore conoscevo la mia vocazione ma, incoraggiata dagli amici che avevo, pregavo perché Gesù mi facesse incontrare
un buon ragazzo con cui formare una famiglia cristiana. Dopo cinque anni ho incontrato l’affetto di un uomo, ma ho vissuto questa relazione con difficoltà, vista anche la diversa fede religiosa. Quando si è interrotto il nostro rapporto sono caduta in una grande depressione ed ho chiesto aiuto alla Comunità Cenacolo, dove ho sperimentato la misericordia e la guarigione attraverso l’aiuto delle ragazze. Ho ritrovato l’amicizia vera e ho visto l’intervento di Dio nella conversione del mio ex-fidanzato e nel perdono verso di lui; in questa rinnovata libertà interiore è ritornata la chiarezza della mia strada. Oggi vivo la vita comunitaria e la bellezza della vocazione donandomi agli altri, sentendomi donna, sposa, madre, sorella e amica. Sono felice di vivere in una grande famiglia con tante realtà diverse; mi sento accolta e amata. Ringrazio ogni giorno Dio per i miracoli che sta compiendo nella mia famiglia e ringrazio la Comunità che ci fa camminare insieme nella luce.