Michele


Sono Michele e vengo dalla Calabria, sono nato in una famiglia umile cristiana, e presto sono divenuto ribelle. Sin da piccolo dovevo aiutare i miei genitori nel lavoro e questo non mi ha consentito di vivere appieno la vita dei miei coetanei. Ho cominciato a manifestare le prime insofferenze verso i miei genitori, arrivando quasi ad odiarli, giudicandoli come gli unici responsabili di tutti i miei problemi. Per scappare da tutto ciò ho cominciato a frequentare i ragazzi più grandi e con loro ho intrapreso la strada della dipendenza. Ho poi deciso di trasferirmi dai miei nonni, dove ero sicuro di avere quelle attenzioni che pensavo mi mancassero nella famiglia. A sedici anni ho avuto l’opportunità di andare a lavorare nel nord Italia. Pensavo che questo cambiamento avrebbe dato una svolta alla mia vita. Ma mi illudevo: continuavo a bere e a fumare perché solo così mi sentivo forte. Nascondevo sempre di più le difficoltà che vivevo e che non riuscivo a condividere con nessuno. Ho tentato dei percorsi di disintossicazione durante i quali mia madre mi è sempre stata vicina in modo premuroso, amandomi incondizionatamente, nonostante io abbia continuato a colpevolizzare lei e la mia famiglia dei miei problemi. In questo momento delicato della mia vita credo che Dio mi abbia aiutato. Ho incontrato una brava ragazza che ancora oggi è la mia fidanzata: una ragazza semplice, piena di valori, che ha cambiato completamente la mia vita. All’inizio sembrava tutto bello, ma poi nel periodo in cui ho convissuto con lei, nonostante tutto il suo amore, la sua pazienza, la sua fedeltà e la sua fiducia in me, non riuscivo a vivere pienamente la realtà della mia vita. Tutte le sofferenze che portavo nel profondo del mio cuore le soffocavo nella dipendenza. Volevo nascondere a lei chi ero veramente illudendomi così di essere un uomo degno di poter stare al suo fianco; desideravo che lei fosse orgogliosa di me. Mi ero costruito una personalità falsa che non poteva durare a lungo; i miei continui cambi di lavoro, il mio stato d’animo sempre altalenante e la mia dipendenza dall’alcool stavano distruggendo la mia vita e quella di chi era al mio fianco. Sono arrivato al punto che la mia fidanzata, pur dispiaciuta ed affranta, mi ha condiviso che non se la sentiva più di aiutarmi; dovevo chiedere aiuto a qualcun altro. Ma Dio continuava a stare al mio fianco: mia madre, donna di grande fede che non ha mai dubitato che mi sarei salvato, mi ha accompagnato da mia zia, anche lei donna di fede e di grande carattere, con la speranza che lei mi avrebbe condotto finalmente sulla strada del bene. Il disegno di Dio cominciava a prendere forma: l’incontro con lei è stato davvero provvidenziale perché il suo amore concreto e la sua forza d’animo hanno risvegliato in me la voglia di ricominciare a dare un senso nuovo alla mia vita. Un giorno mi ha detto: «Michele, vieni, andiamo in chiesa, preghiamo un po’ per te, per la tua vita, per quello che vivi!». Io non mi ricordavo più neanche come si facesse il segno di croce. E lì mia zia ha conosciuto delle ragazze della Comunità e ha cominciato a dirmi: «Vai! Prova due, tre giorni. Provaci!». Nell’ultimo periodo avevo avuto anche una forte depressione, non lavoravo più e dentro di me c’era il nulla: tristezza e gioia erano uguali, non provavo più emozioni, ero come morto nell’animo.

Entrato in Comunità mi hanno messo accanto come “angelo custode” un ragazzo polacco che ha cambiato la mia vita. All’inizio l’ho giudicato, non credevo che mi potesse aiutare, era anche più giovane di me. Ma un giorno mi ha raccontato la sua storia: per la prima volta ho pianto ed ho trovato il coraggio di raccontare la mia vita. Non l’avevo mai fatto con nessuno, né con mio padre, né con mia mamma e neanche con la mia ragazza. Attraverso gli occhi di un amico che mi voleva bene, credeva in me e aveva vissuto le mie stesse cose, ho aperto il cuore e ho incominciato a conoscere chi ero veramente. La prima volta che mi sono messo in ginocchio in cappella dopo pochi minuti ho incominciato a piangere: era come se vedessi la mia vita in un diario e nelle pagine che sfogliavo non c’era più la colpa dei miei genitori; era entrata una nuova luce che mi ha insegnato a prendermi le mie responsabilità. Ringrazio la Comunità perché oggi sono un uomo nuovo, vivo e sano. Attraverso la preghiera ho imparato a perdonare il Michele bambino, il Michele adolescente e, pian piano, sto diventando un uomo, sperando un giorno di poter essere anche uno sposo e un padre. Mi sento una persona fortunata e felice che ringrazia ogni giorno Dio per la sua grande misericordia. Il suo disegno su di me si sta realizzando: non sono mancati ostacoli e sofferenze, ma oggi tutto mi sembra meraviglioso perché Lui non ha tralasciato niente e nessuno. Oggi al mio fianco ci sono tutti quelli che hanno sofferto con me: la mia famiglia, mia zia, la mia fidanzata e soprattutto la Comunità, che oggi è parte della mia vita. Grazie infinite a questa grande famiglia che ha salvato la mia vita e che oggi sta dando a me e alla mia fidanzata l’opportunità di crescere nell’amore attraverso la preghiera e l’aiuto costante di Dio.